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Il party

Il party 01

di Elisabeth Day

Libro del mese di ottobre 2019 (124)

 

da recensioni pubblicate

Un semplice sostantivo che però, a ben vedere, nasconde più di un significato. Il “party” è una festa, una serata, un ricevimento, una riunione sociale con invitati nel corso della quale si mangia, si beve e ci si diverte, ma può essere anche dell’altro. Un “partito” o una “parte”, ad esempio, cioè una o più persone che costituiscono uno dei firmatari in un accordo oppure uno dei campi opposti in un processo, la parte avversa o la parte civile. Leggendo il nuovo libro di Elizabeth Day, intitolato proprio “Il party” (Neri Pozza), bestseller nel mondo anglosassone e adesso in classifica anche da noi nella traduzione perfetta di Serena Prina, percepirete anche voi questa molteplicità di significati che quella parola può assumere, accompagnata da un’aria di mistero, di indefinito e non detto presenti per buona parte della storia. “Alle feste indossiamo una maschera, ci presentiamo sempre come non siamo, un po’ come accade alle ombre sul muro della caverna di Platone”, ci spiega l’autrice irlandese, già autrice di quattro romanzi (Scissors; Paper e Stone) e vincitrice del Trask Award.

Di maschere, uno come Martin Gilmour, protagonista del libro, ne ha sempre indossate più di una, non soltanto alle feste. Anche perché, lui, “un ragazzo con i maglioni scoloriti e i calzoncini per la ginnastica mai abbastanza bianchi”, a quelle vere, vista la sua condizione sociale, non ci è mai andato, ma ha sempre coltivato dentro di sé il pensiero – e con esso la riuscita – di quella possibilità. Grazie a una borsa di studio frequenta il Burtonbury, un ex collegio maschile per i figli dei diplomatici, e grazie a quella scuola e al corso universitario che seguirà, entra in mondi a lui sconosciuti, ne osserva da lontano movimenti, gesti, vizi, virtù e abitudini facendole poi sue, arrivandole a toccarle con mano, diventandone il vero protagonista. Conoscere Ben Fitzmaurice – che è ricco, bello e ammirato da tutti – gli cambierà la vita, come lui cambierà a sua volta la sua. Giocare a tennis fino al tramonto nella tenuta di famiglia del ragazzo, con cacce all’uovo comprese tra prati super curati e aiuole sempre piene di fiori, sarà per lui l’inizio di un sogno che sembra non poter finire mai. La famiglia di lui lo adora e i Fitzmaurice diventano per Martin quella che non ha mai avuto, ma sempre desiderato. Un rapporto nuovo e profondo come quello che ha con il suo amico (lo chiama sua sua “PO”, la sua “Piccola Ombra”) che, si capisce, anche se non viene scritto da subito, che è qualcos’altro, poco importa se i due poi si sposeranno. Hanno un segreto, è chiaro, e se lo porteranno dietro per diverso tempo, fino alla grande e sontuosa festa per i quarant’anni di Ben nell’edificio del diciassettesimo secolo acquistato con sua moglie Serena, ma qualcosa non va come previsto e il passato diventa sempre più presente fino a disturbare quella quiete e perfezione dorata. Martin si accorge subito che Ben è inquieto e si comporta in modo strano. C’è forse la paura che la gratitudine che l’amico gli deve non sia più eterna o che la loro amicizia, per Martin è la sua unica ragione di vita, stia inaspettatamente per finire?

Leggendo “Il Party” – un irresistibile thriller mozzafiato (non stiamo esagerando, fidatevi: non riuscirete a staccarvi dalla lettura fino a quando non arriverete alle ultime pagine) – ci si rende conto più di una volta che non si può non pensare a Martin senza pensare a sua volta al Georges Duroy del Bel Ami di Maupassant, a quell’uomo ambizioso e seduttore che da povero militare, in congedo e modesto impiegato nelle Ferrovie del Nord, diventa uno degli uomini di maggiore successo nella società parigina grazie al giornalismo e alla sua capacità di manipolare donne potenti e intelligenti. Che dire, poi, di un personaggio più recente e cinematografico inventato da Woody Allen per il suo Match Point (2005)? Era Chris Wilton (Jonathan Rhys-Meyers), un irlandese di origini modeste, da poco ritiratosi dal tennis professionistico, che veniva assunto come istruttore in un club esclusivo di Londra. Un grande appassionato di arte, letteratura (in particolare di Dostoevskij) e di musica lirica, un interesse comune a un suo allievo, il ricco Tom Hewett (Matthew Gode), che una sera lo invita a teatro con i genitori e la sorella Chloe (Scarlett Johansson) cambiando per sempre la sua vita. Nel Martin descritto dalla Day – che diventa anche lui un giornalista e un critico d’arte – ci sono entrambi questi due personaggi, o forse qualcosa in più. In lui tutto è condito con un maggiore cinismo, con una calma solo apparente che lo porta a coltivare dentro di sé una voglia di farcela, un amore e una rivincita mista a gelosia e vendetta oltre i limiti del possibile che non tarderanno ad arrivare.

“Per scrivere questo libro, nato dopo aver messo da parte un primo scritto di quarantamila parole dedicate all’Irlanda decisamente troppo tristi, mi sono in realtà ispirata alla mia storia personale”, tiene a precisarci l’autrice. “Sono irlandese e come Martin mi sono ritrovata a Londra in un ambiente molto diverso da quello da cui provenivo. Sono sempre stata una sorta di outsider, ma rispetto a lui mi sono adattata in maniera diversa”.

Il party è davvero la storia di un’ossessione lunga una vita, raccontata attraverso il punto di vista di diversi personaggi e della loro relazione ossessiva, un attaccamento che è una vera e propria dipendenza reciproca. “Cresciuti, entrambi si sposano, restando però sempre uniti – continua l’autrice – tanto che le mogli sono consapevoli di venire al secondo posto nella scala degli affetti dei mariti”. Lucy Gilmour, la moglie di Martin, che nel libro si confessa e racconta la vicenda attraverso i suoi diari, è una donna che non ha molta esperienza, ha paura della troppa passione e dell’elemento incontrollabile dell’amore. soprattutto con gli uomini, ma lei il suo, nonostante tutto, lo conosce molto bene. “Aveva la capacità di mutare il proprio aspetto per adattarsi a qualsiasi ambiente sociale nel quale si ritrovava”, scrive nel suo diario. “Semplicemente era come se la sua superficie cambiasse colore per mescolarsi all’ambiente, un camaleonte”. “Sembra una donna debole e sottomessa, ma in realtà è la bocca della verità”, ci spiega la Day. “Ha tante idee e analizza il tutto in maniera obiettiva, è il cuore pulsante del libro”, continua. Serena Fitzmaurice, poi, la moglie di Ben, grazie al quale ha fatto il salto sociale, è invece la classica donna dedita al marito potente, pronta a tutto, anche a non vedere pur di non perderlo e, con esso, la sua posizione e ricchezza, “è il simbolo del vero potere che è dietro il trono”. Gli amici nell’intera vicenda non hanno alcun valore per i protagonisti, ma non certo per l’autrice che ha deciso di dedicare il libro proprio ai suoi, “preziosi, insostituibili, gli stessi dai tempi dell’università”. “Evolvono nel tempo – continua – e ti permettono di migliorarti come persone. Ne ho conosciuti molti, soprattutto alle feste, a quelle belle però. Tutte le altre, quelle a cui non sono mai stata invitata, ho cercato di metterle in questa storia, creandone così un speciale e a suo modo unica da più punti di vista”. Ad un certo punto del libro, sarete “invitati” anche voi: vestitevi bene, siate voi stessi e divertitevi, perché ne vedrete e sentirete delle belle.

 

Il filo infinito

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di Paolo Rumiz

Libro del mese di settembre 2019 (123)

Che uomini erano quelli. Riuscirono a salvare l’Europa con la sola forza della fede. Con l’efficacia di una formula: ora et labora. Lo fecero nel momento peggiore, negli anni di violenza e anarchia che seguirono la caduta dell’Impero romano, quando le invasioni erano una cosa seria, non una migrazione di diseredati. Ondate violente, spietate, pagane. Li cristianizzarono e li resero europei con la sola forza dell’esempio. Salvarono una cultura millenaria, rimisero in ordine un territorio devastato e in preda all’abbandono. Costruirono, con i monasteri, dei formidabili presidi di resistenza alla dissoluzione.

Sono i discepoli di Benedetto da Norcia, il santo protettore d’Europa. Paolo Rumiz li ha cercati nelle abbazie, dall’Atlantico fino alle sponde del Danubio. Luoghi più forti delle invasioni e delle guerre. Gli uomini che le abitano vivono secondo una Regola più che mai valida oggi, in un momento in cui i seminatori di zizzania cercano di fare a pezzi l’utopia dei padri: quelle nere tonache ci dicono che l’Europa è, prima di tutto, uno spazio millenario di migrazioni. Una terra “lavorata”, dove – a differenza dell’Asia o dell’Africa – è quasi impossibile distinguere fra l’opera della natura e quella dell’uomo. Una terra benedetta che sarebbe insensato blindare.

E da dove se non dall’Appennino, un mondo duro, abituato da millenni a risorgere dopo ogni terremoto, poteva venire questa portentosa spinta alla ricostruzione dell’Europa? Quanto c’è ancora di autenticamente cristiano in un Occidente travolto dal materialismo? Sapremo risollevarci senza bisogno di altre guerre e catastrofi?

All’urgenza di questi interrogativi Rumiz cerca una risposta nei luoghi e tra le persone che continuano a tenere il filo dei valori perduti, in un viaggio che è prima di tutto una navigazione interiore.

“Cosa hanno fatto i monaci di Benedetto se non piantare presidi di preghiera e lavoro negli spazi più incolti d’Europa per poi tessere tra loro una salda rete di fili?”

Paolo Rumiz

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Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore. Con Feltrinelli ha pubblicato La secessione leggera (2001), Tre uomini in bicicletta (con Francesco Altan; 2002), È Oriente (2003), La leggenda dei monti naviganti (2007), Annibale (2008), L’Italia in seconda classe. Con i disegni di Altan e una Premessa del misterioso 740 (2009), La cotogna di Istanbul (2010, nuova edizione 2015; Audiolibri “Emons-Feltrinelli”, 2011), Il bene ostinato (2011), la riedizione di Maschere per un massacro. Quello che non abbiamo voluto sapere della guerra in Jugoslavia (2011), A piedi (2012), Trans Europa Express (2012), Morimondo (2013), Come cavalli che dormono in piedi (2014), Il Ciclope (2015), Appia (con Riccardo Carnovalini; 2016), Il filo infinito. Viaggio alle radici d’Europa (2019) e, nella collana digitale Zoom, La Padania (2011), Maledetta Cina (2012), Il cappottone di Antonio Pitacco (2013), Ombre sulla corrente (2014), Gulaschkanone (2017).

I leoni di Sicilia

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libro del mese di agosto 2019 (122)

C’è stata una famiglia che ha sfidato il mondo.

Una famiglia che ha conquistato tutto.

Una famiglia che è diventata leggenda.

Questa è la sua storia.

La saga di una grande dinastia italiana che ha conosciuto gloria, ricchezza e potere e ha segnato la storia d’Italia. La vicenda di una famiglia in cui s’intrecciano amori e tradimenti, segreti e vendette. Un racconto insieme epico e intimo, acceso dai colori e dalle passioni del Sud.

PREFAZIONE

“Da tempo non leggevo un romanzo così: grande storia e grande letteratura. Le vicende e i sentimenti umani sorretti da una scrittura solida, matura, piena di passione e di grazia. Stefania Auci ha scritto un romanzo meraviglioso, indimenticabile.” Nadia Terranova

TRAMA

Dal momento in cui sbarcano a Palermo da Bagnara Calabra, nel 1799, i Florio guardano avanti, irrequieti e ambiziosi, decisi ad arrivare più in alto di tutti. A essere i più ricchi, i più potenti. E ci riescono: in breve tempo, i fratelli Paolo e Ignazio rendono la loro bottega di spezie la migliore della città, poi avviano il commercio di zolfo, acquistano case e terreni dagli spiantati nobili palermitani, creano una loro compagnia di navigazione… E quando Vincenzo, figlio di Paolo, prende in mano Casa Florio, lo slancio continua, inarrestabile: nelle cantine Florio, un vino da poveri – il marsala – viene trasformato in un nettare degno della tavola di un re; a Favignana, un metodo rivoluzionario per conservare il tonno – sott’olio e in lattina – ne rilancia il consumo in tutta Europa… In tutto ciò, Palermo osserva con stupore l’espansione dei Florio, ma l’orgoglio si stempera nell’invidia e nel disprezzo: quegli uomini di successo rimangono comunque «stranieri», «facchini» il cui «sangue puzza di sudore». Non sa, Palermo, che proprio un bruciante desiderio di riscatto sociale sta alla base dell’ambizione dei Florio e segna nel bene e nel male la loro vita; che gli uomini della famiglia sono individui eccezionali ma anche fragili e – sebbene non lo possano ammettere – hanno bisogno di avere accanto donne altrettanto eccezionali: come Giuseppina, la moglie di Paolo, che sacrifica tutto – compreso l’amore – per la stabilità della famiglia, oppure Giulia, la giovane milanese che entra come un vortice nella vita di Vincenzo e ne diventa il porto sicuro, la roccia inattaccabile.

AUTORE

Stefania Auci Trapanese di nascita e palermitana d’adozione, ha con Palermo un rapporto d’amore intenso e possessivo, che si rispecchia nelle appassionate ricerche da lei condotte per scrivere la storia di Florio. Con determinazione e slancio, ha setacciato le biblioteche, ma anche le cronache dell’epoca, ha esplorato tutti i possedimenti dei Florio e ha raccolto con puntiglio i fili della Storia che si dipanano tra abiti, canzoni, lettere, bottiglie, gioielli, barche, statue… Il risultato è un racconto che disperde la nebbia del tempo e ridà ai Florio tutta la loro straordinaria vitalità.

RECENSIONE LIBRAIO

“Potrai avere tutti i soldi di questo mondo, ma faranno sempre puzza di sudore. Facchino sei e facchino rimarrai. E’ il sangue che fa la differenza.” 

Sono marchiati i fratelli Florio, Paolo e Ignazio, quando dalla Calabria arrivano a Palermo per gestire un piccolo negozio di spezie. Non li accoglie bene la città, questi facchinari calabri, senza tradizione alle spalle, senza una clientela. Si ritrovano in una casa piena di umidità, e da lì iniziano, pestando qualche piede, conquistando la fiducia dei palermitani piano, ma senza fermarsi. I Florio diventeranno una leggenda, ricchi, potenti, segnando la storia di Palermo e dell’Italia attraverso gli anni con la forza del loro coraggio imprenditoriale. La consacrazione è con Vincenzo, figlio di Paolo, che porterà i Florio alla fama che ancora ne circonda il nome. 

I leoni di Sicilia è la loro storia, vera e documentata, con la potenza della saga, ed è una storia di passione e di riscatto, di amori e di successi, di sofferenze e di sogni. C’è un’Italia che si trasforma, dalla fine del settecento, attraverso i moti e le rivolte del 48, fino a Garibaldi. Un’Italia che spinge per il rinnovamento, un fuoco di indipendenza, che risveglia anche Palermo. 

“Sembra quasi che Palermo lasci che le cose le accadano addosso. Che sia spettatrice di se stessa. E invece no, perché Palermo è soltanto addormentata. Sotto la pelle di sabbia e pietra, c’è un corpo che pulsa, una corrente di sangue e segreti. Pensieri che vibrano da una parte all’altra.” 

Sono i Florio a far vibrare il commercio, dialogando con gli stranieri, imparando lo spirito industriale inglese, non fermandosi mai, sfidando il mondo: dalle spezie al marsala, dallo zolfo al tonno sott’olio, esportazioni che si allargano sempre di più, fuori da Palermo, fuori dalla Sicilia, attraversano il mare e poi l’Oceano, fino in America. 

I facchinari diventano ricchi, ben vestiti, acquistano dimore lussuose, si istruiscono: per gli aristocratici rimangono sempre bifolchi, da guardare con distacco. Ma i Florio fanno matrimoni importanti, con armatori, grandi commercianti e professionisti. La loro Palazzina dei Quattro Pizzi all’Arenella consacra la loro ascesa, e il loro prestigio, impreziosendo la città. 

Quella dei Florio è un’Italia borghese che conosce il sudore e dà valore a quanto conquistato, un insegnamento da trasmettere ai figli, insieme ai patrimoni. 

“Non lo sai, non te l’immagini, quanto mi è costato.”

Accanto alle vicende politiche, e a quelle imprenditoriali, la storia della famiglia Florio è raccontata anche nel privato, dove emergono i ritratti di due donne esemplari, artefici del successo quanto gli uomini. Giuseppina e Giulia Florio, la calabrese e la milanese, sono donne forti e pazienti, capaci di affermare il loro pensiero e soffrire per amore. La loro è una storia di dolori taciuti, generosi sacrifici e grande tenacia. 

I leoni di Sicilia ha la forza e la grazia delle letture indimenticabili: vibrante e splendidamente raccontata, la storia dei Florio resta addosso, nutre di immagini e inebria di aromi, è fonte di emozioni e di informazioni, capaci di scatenare la curiosità, e lascia completamente appagati. 

Recensione di Francesca Cingoli

Pranzi di famiglia

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di Romana Petri

Libro del mese di luglio 2019 (n. 121)

A fine novembre, con il cielo di Lisbona carico di pioggia, Vasco Dos Santos chiude la sua galleria in Travessa dos Fieis de Deus sempre più tardi. Non ha alcuna voglia di tornare a casa da sua sorella Rita, divenuta ormai intrattabile.

Nata deforme e, grazie al coraggio e alla tenacia della madre Maria do Ceu, «ricostruita» attraverso una lunga e dolorosa serie di operazioni,

Rita è ormai costantemente in preda all’ira. La morte di sua madre, dell’unica persona capace di preservare l’armonia familiare, ha inasprito oltre ogni misura i suoi rapporti non soltanto con Vasco, ma anche con la sorella Joana, la cui bellezza è così abbagliante da risultare dolorosa, e con il padre Tiago, che anni prima, per sfuggire alla tragedia della figlia, ha abbandonato la famiglia e si è legato a Marta, una donna rancorosa che lo spinge a recidere ogni legame con il suo passato.

Tuttavia, da uomo pragmatico quale è, Tiago ha trovato un modo per mantenere un, seppur fragile, contatto con i figli: la domenica, ogni domenica della sua vita, la dedica al pranzo con loro. Una cosa frettolosa, niente di troppo familiare. Un flebile omaggio alla volontà di Maria do Ceu di tenere uniti i figli.

È in uno di questi pranzi che i tre fratelli si ritrovano a condividere una scoperta sorprendente: nessuno di loro conserva ricordi del passato. Perché hanno rimosso tutto? La loro vita è stata infelice al punto da volerla dimenticare quasi completamente?

Spetterà a Rita ricostruire la storia della famiglia attraverso i documenti ufficiali emersi dagli archivi di Stato, scoprendo una realtà ben diversa da quella che Maria do Ceu aveva raccontato.

Nel frattempo, a turbare ulteriormente gli «squilibri» di questa complicata famiglia portoghese sarà l’arrivo di Luciana Albertini, un’eccentrica, visionaria pittrice italiana che farà breccia nel cuore di Vasco.

Con prosa elegante e nitida Romana Petri torna in libreria con una toccante, intensa saga familiare sullo sfondo di una conturbante e luminosa Lisbona, confermandosi, attraverso la storia di tre fratelli in cerca di sé stessi e del proprio passato, scrupolosa indagatrice dei sentimenti e dei legami familiari.

L’autrice

Romana Petri è nata a Roma. Ha ottenuto numerosi premi come il Premio Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes. È stata due volte finalista al Premio Strega. Traduttrice, editrice e critico letterario collabora con ttl La Stampa, il Venerdì di Repubblica, Corriere della Sera e Il Messaggero. È tradotta in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo. Tra le sue opere: Ovunque io sia (BEAT, 2012), Alle Case Venie (BEAT, 2017), Le Serenate del Ciclone (Neri Pozza) 

Il censimento dei radical chic

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Libro del mese di giugno 2019  (120)

In un’Italia ribaltata – eppure estremamente familiare –, le complicazioni del pensiero e della parola sono diventate segno di corruzione e malafede, un trucco delle élite per ingannare il popolo, il quale, in mancanza di qualcosa in cui sperare, si dà a scoppi di rabbia e applausi liberatori, insulti via web e bastonate, in un’ininterrotta caccia alle streghe: i clandestini per cominciare, poi i rom, quindi i raccomandati e gli omosessuali. Adesso tocca agli intellettuali. Il primo a cadere, linciato sul pianerottolo di casa, è il professor Prospero, colpevole di aver citato Spinoza in un talk show, peraltro subito rimbrottato dal conduttore: “Questo è uno show per famiglie, e chi di giorno si spacca la schiena ha il diritto di rilassarsi e di non sentirsi inferiore”. Cogliendo l’occasione dell’omicidio dell’accademico, il ministro degli Interni istituisce il Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic per censire coloro che “si ostinano a credersi più intelligenti degli altri”. La scusa è proteggerli, ma molti non ci cascano e, per non essere schedati, si affrettano a svuotare le librerie e far sparire dagli armadi i prediletti maglioni di cachemire… Intanto Olivia, la figlia del professore, che da anni vive a Londra, rientrando per il funerale, trova un paese incomprensibile. In un crescendo paradossale e grottesco – desolatamente, lucidamente divertentissimo –, Olivia indaga le cause che hanno portato all’assassinio del padre. Attraverso i suoi occhi, facendo scattare come una tagliola il meccanismo del più affilato straniamento letterario, Giacomo Papi ci costringe a vedere, più che il futuro prossimo, il nostro sobbollente presente. Con spietata intelligenza e irrefrenabili risate.   “Questo libro non contiene parole difficili.” Autorità Garante per la Semplificazione della Lingua Italiana DL, 17/6, n. 1728

Quarta di copertina

In un’Italia ribaltata – eppure estremamente familiare –, le complicazioni del pensiero e della parola sono diventate segno di corruzione e malafede, un trucco delle élite per ingannare il popolo, il quale, in mancanza di qualcosa in cui sperare, si dà a scoppi di rabbia e applausi liberatori, insulti via web e bastonate, in un’ininterrotta caccia alle streghe: i clandestini per cominciare, poi i rom, quindi i raccomandati e gli omosessuali. Adesso tocca agli intellettuali. Il primo a cadere, linciato sul pianerottolo di casa, è il professor Giovanni Prospero, colpevole di aver citato Spinoza in un talk show, peraltro subito rimbrottato dal Primo ministro degli Interni, in collegamento tv, e dal conduttore: “Questo è uno show per famiglie e chi di giorno si spacca la schiena ha il diritto di rilassarsi e di non sentirsi inferiore”. Cogliendo l’occasione dell’omicidio dell’accademico, il governo istituisce il Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic per censire coloro che “si ostinano a credersi più intelligenti degli altri”. La scusa è proteggerli, ma molti non ci cascano e, per non essere schedati, si affrettano a svuotare le librerie e far sparire dagli armadi i prediletti maglioni di cachemire… Intanto Olivia, la figlia del professor Prospero, che da anni vive e lavora a Londra, rientrando per il funerale, trova un paese incomprensibile. In un crescendo paradossale e grottesco – desolatamente, lucidamente divertentissimo –, Olivia indaga le cause che hanno portato all’assassinio del padre. Attraverso i suoi occhi, facendo scattare come una tagliola il meccanismo del più affilato straniamento letterario, Giacomo Papi ci costringe a vedere, più che il futuro prossimo, il nostro sobbollente presente. Con spietata intelligenza e irrefrenabili risate. “Il primo lo ammazzarono a bastonate perché aveva citato Spinoza durante un talk show.”

autore da wikipedia

Giacomo Papi Si è laureato in filosofia all’Università Statale di Milano, dove vive e lavora. Nel 1993 è uscito il suo primo libro, Era una notte buia e tempestosa. 1430 modi per iniziare un romanzo, firmato con Federica Presutto. Ha lavorato per la rivista Diario dal 2000 fino alla chiusura nel 2007. Nel 2004 ha fondato insieme a Luca Formenton e Massimo Coppola la casa editrice ISBN Edizioni, di cui è stato anche direttore editoriale. Nel 2008 lascia la casa editrice, diventa editor di Einaudi Stile Libero e comincia a lavorare per la televisione, prima con Daria Bignardi a Le invasioni barbariche e dal 2009 con Fabio Fazio, Pietro Galeotti e Michele Serra a Che tempo che fa, con cui continua a collaborare. Ha pubblicato i romanzi I primi tornarono a nuoto (2012), I fratelli Kristmas (2015) e La compagnia dell’acqua (2017) tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero. Tra gli altri suoi libri: Papà (2002) e Accusare (2004). Ha un blog su Il Post, per cui scrive anche di editoria, e collabora con La Repubblica e Il Venerdì. Dal 2017 dirige la scuola di scrittura Belleville di Milano e la piattaforma di lettura e scrittura online TYPEE.

Middle England

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Libro del mese di maggio 2019 (119)

Il nuovo romanzo di Jonathan Coe: un quadro molto comico, ma ahinoi anche molto serio, della vita pubblica e privata in Gran Bretagna, dal 2010 al 2018.   Del pubblico, copre le elezioni del primo governo di coalizione di tutta la storia britannica, le rivolte violente del 2011, i Giochi olimpici del 2012 e, naturalmente, il tellurico referendum per la Brexit del 2016. Del privato, mostra come questi eventi impattino sulle vite dei Trotter, una tipica famiglia delle Midlands inglesi.   Tornano alcuni personaggi della Banda dei brocchi e di Circolo chiuso, Benjamin e Lois Trotter e i loro amici, che ritroviamo qui ormai alla prese con le grane dell’età che avanza. Ma l’attenzione principale del nuovo tragicomico romanzo del bardo inglese dei nostri tempi verte sui membri più giovani della famiglia Trotter, come la figlia di Lois, Sophie, giovane ricercatrice universitaria idealista. Sophie, dopo un matrimonio un poco improbabile, fatica a rimanere fedele al marito, soprattutto da quando le rispettive idee politiche si fanno sempre più distanti. Intanto la nazione sfrigola e questioni come il nazionalismo, l’austerità, il politicamente corretto e l’identità politica incendiano il dibattito e le anime.

Tornano alcuni personaggi de La banda dei brocchi e di Circolo chiuso: Benjamin e Lois Trotter e i loro amici, che ritroviamo qui ormai alle prese con le grane dell’età che avanza. Ma l’attenzione del nuovo tragicomico romanzo del bardo inglese dei nostri tempi si concentra sui membri più giovani della famiglia Trotter, come la figlia di Lois, Sophie, ricercatrice universitaria idealista, che dopo un matrimonio poco probabile fatica a rimanere fedele al marito, soprattutto da quando le rispettive idee politiche si sono fatte sempre più distanti. Intanto la nazione sfrigola e questioni come il nazionalismo, l’austerità, il politicamente corretto e l’identità politica incendiano il dibattito e gli animi. Il nuovo romanzo di Jonathan Coe: un quadro molto comico, ma ahinoi anche molto serio, della vita pubblica e privata in Gran Bretagna, dal 2010 al 2018. Del pubblico, racconta le elezioni del primo governo di coalizione di tutta la storia britannica, le rivolte del 2011, i Giochi olimpici del 2012 e, naturalmente, il tellurico referendum per la Brexit del 2016. Del privato, mostra come questi eventi impattino sulle vite dei Trotter, una tipica famiglia delle Midlands inglesi.

Jonathan Coe  (da wikipedia)

È nato a Bromsgrove, Worcestershire. Ha studiato alla King Edward’s School, Birmingham, al Trinity College, Cambridge e all’Università di Warwick, dove ha anche insegnato poesia inglese. Ha in seguito lavorato nel campo musicale, scrivendo musica jazz e cabaret, ha poi fatto il correttore di bozze, prima di diventare scrittore e giornalista freelance.

Nel 2012 è stato insignito del titolo di duca di Prunes dal sovrano del Regno di Redonda.

Le sue opere contengono spesso una preoccupazione per le questioni sociali, anche se generalmente espressa in modo umoristico nella forma di satira. Il contesto storico e politico in cui si svolgono i suoi romanzi non è mai un semplice scenario di sfondo ma è trattato dettagliatamente, riuscendo ad accompagnare i personaggi in un’Inghilterra quasi reale. Di particolare rilievo è il suo affresco dell’Inghilterra degli ultimi trent’anni: questo parte da “La Banda dei Brocchi” che inquadra l’Inghilterra negli anni settanta, con il problema sindacale e del razzismo; la parte rappresentante l’Inghilterra degli anni ottanta è “La Famiglia Winshaw” che mostra sotto forma di allegoria una famiglia fortemente artigliata al potere ed economicamente violenta; il nuovo millennio inglese è descritto da “Circolo Chiuso” che riprende la vicenda de “La Banda dei Brocchi” negli anni duemila, senza però sapere (se non per alcuni sprazzi) ciò che hanno fatto i protagonisti nei dieci anni antecedenti. Quest’ultimo libro inquadra un’Inghilterra diversa ma anche simile: c’è qualcosa di consumistico, nel costo della vita, il razzismo è ancora fortemente presente ma vi è anche un senso politico ed economico diverso.

Repertorio dei pazzi della città di Palermo

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di Roberto Alajmo

Libro del mese di aprile 2019 (n. 118)

Collezione di storie, gioco inesauribile, saggio antropologico, guida della città, con questa elencazione ragionata dei soggetti eccentrici che hanno popolato Palermo da due secoli a questa parte, Roberto Alajmo ci restituisce ritratti fulminei, microracconti, biografie minimali governate dalla ferrea logica dell’assurdo. Il risultato è un sorriso fra le lacrime, il malinconico divertimento che induce a riflettere anche sulla propria esistenza.

Una elencazione ragionata dei soggetti eccentrici che hanno popolato Palermo da due secoli a questa parte, ciascuno inventariato con la sua mania, le sue imprese e il destino che gli è toccato in sorte. Ritratti fulminei, microracconti, biografie minimali governate dalla ferrea logica dell’assurdo. Il risultato è un sorriso fra le lacrime, il malinconico divertimento che induce a riflettere anche sulla propria esistenza.

Classificando se stesso fra i suoi matti, Roberto Alajmo spiega come queste storie siano state raccolte e si siano sedimentate l’una sull’altra, nel corso del tempo, così come fanno i coralli marini: «Uno faceva collezione di storie eccentriche. Ne trovò una e la mise da parte. Poi ne trovò un’altra, e così via. Quando ne raccolse un certo numero, ne fece un libro. Ma l’uscita del libro fece sì che altre persone venissero a raccontargli le storie che conoscevano».

Attraverso queste figure si può ascoltare il cuore della città. Sono bottegai, vagabondi, artisti, donne di casa, avventori di taverna, artigiani di mestieri in via di sparizione, parecchi aristocratici. Raro è il deragliamento della classe media, ma quando avviene è disperato: «Cinque erano, madre e quattro figlie, che abitavano in via Giusti. Una di loro ogni tanto si faceva il bidet sul balcone e poi gettava l’acqua di sotto. Si erano divise i compiti di casa in maniera rigorosa: una stirava, una cucinava, una faceva la spesa, una faceva il bucato e una, che indossava sempre i guanti di gomma, puliva. Scendevano in strada solo la sera per gettare la spazzatura. In pigiama, tutte e cinque assieme».

L’animale che mi porto dentro

 

978885842987hig-768x1217di Francesco Piccolo
Einaudi Editore
Libro del mese di marzo 2019 (117)

«Quello che tenevo compresso dentro di me, nell’ora di educazione fisica o durante i film di Maciste, o certe sere quando andavo a dormire e avevo paura, era l’angoscia di dimostrare di essere maschio. Doverlo far vedere a tutti, ogni ora, ogni giorno, ogni settimana. E ogni volta misurare la mia inadeguatezza».

«Se c’è qualcosa che mi dispiace molto, se ho un dolore fisico, se ho una scadenza, se devo risolvere un tarlo interiore, se ho dei dubbi, se ingrasso, se mi colpisce un lutto molto doloroso, se faccio un incidente per strada – ignoro; ignoro tutto. Vado avanti, non voglio intoppi. Continuo».

Quella che Francesco Piccolo racconta è la formazione di un maschio contemporaneo, specifico e qualsiasi. Il tentativo fallimentare, comico e drammatico, di sfuggire alla legge del branco – e nello stesso tempo, la resa alla sua forza. La lotta indecidibile e vitale tra l’uomo che si vorrebbe essere e l’animale che ci si porta dentro.

Perché esiste un codice dei maschi; quasi tutte le sue voci sono difficili da ripetere in pubblico, eppure non c’è verso di metterle a tacere. Tanti anni passati a cercare di spegnere quel ronzio collettivo per poi ritrovarsi ad ascoltarlo, nel proprio intimo, nei momenti piú impensati. «Dentro di me continuerò sempre a chiedermi: siete contenti di me? sono come mi volevate?»

In un mondo da sempre governato dai maschi, capirli è la chiave per guardare piú in là. Per questo il racconto si nutre di tutto ciò che incontra – Sandokan e Malizia, i brufoli e il sesso, l’amore e il matrimonio, l’egoismo e la tenerezza – in un andamento vivissimo ma riflessivo, a tratti persino saggistico, che ci interroga e ci risponde, fino a ridisegnare il nostro sguardo.

“L’animale che mi porto dentro”, il nuovo romanzo dello scrittore Francesco Piccolo, classe ’64, vincitore del Premio Strega 2014 con “Il desiderio di essere come tutti”, racconta quali sono i movimenti, i sentimenti e le contraddizioni che portano l’uomo a comportarsi come si comporta e a essere quello che è. Perché, secondo l’autore e sceneggiatore, ci sono alcuni caratteri che tutti i maschi condividono, caratteri che dipendono da una cultura che si tramanda di generazione in generazione e che costringe (sì, costringe) l’uomo ad accettare, fin da quando è bambino, i valori della virilità, del coraggio, della forza, della violenza e, soprattutto, del sesso… – L’approfondimento

In uno dei capitoli del nuovo libro di Francesco Piccolo viene citato il saggio di Elain Blair, Great American Loser, pubblicato in Italia con il titolo Il nuovo corso dei romanzieri americani. Come spiega lo scrittore, nella traduzione è stata tagliata una parola “irrinunciabile”, ovvero “perdenti”. Una parola che contiene l’essenza di una tipologia di uomo che si contrappone al modello precedente di maschio alfa, presentandosi come uno che si sente costantemente non amato e non amabile, uno che pensa sempre di non essere all’altezza, uno che soffre, uno sensibile.

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Perché, secondo Piccolo, ci sono alcuni caratteri che tutti i maschi condividono. E non si tratta “di fare di tutta l’erba un fascio” (rischio, tra l’altro, molto comune, soprattutto quando si parla di differenze tra sessi), ma di intercettare quel comune denominatore che rende simili tutti gli appartenenti alla categoria maschile. Da cosa dipendono questi caratteri? Principalmente dalla cultura. Una cultura che si tramanda di generazione in generazione (di padre in figlio) e che costringe (sì, costringe) l’uomo ad accettare, fin da quando è bambino, i valori della virilità, del coraggio, della forza, della violenza e, soprattutto, del sesso. 

Francesco Piccolo (1964) è scrittore e sceneggiatore. I suoi ultimi libri sono: La separazione del maschio, Momenti di trascurabile felicità, Il desiderio di essere come tutti (Premio Strega 2014), Momenti di trascurabile infelicità e L’animale che mi porto dentro. Ha firmato, tra le altre, sceneggiature per Nanni Moretti (Il Caimano, Habemus Papam, Mia madre), Paolo Virzì (My name is Tanino, La prima cosa bella, Il capitale umano, Ella & John – The Leisure Seeker, Notti magiche), Francesca Archibugi (Il nome del figlio, Gli Sdraiati), Silvio Soldini (Agata e la tempesta, Giorni e nuvole). Ha sceneggiato la serie tv L’amica geniale, tratta dall’omonimo best seller dell’autrice Elena Ferrante. È stato autore di molti programmi televisivi come: Vieni via con me, Quello che (non) ho, Viva il 25 aprile e Falcone e Borsellino. Collabora con il Corriere della sera.

Manifesto per la felicità

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di Stefano Bartolini

Libro del mese di febbraio 2019 (116)

Serpeggia nell’aria un’insoddisfazione diffusa. A mancare sono le relazioni con gli altri, sacrificate sull’altare del benessere materiale, che conosce due soli imperativi: lavoro e consumo. Siamo più ricchi di beni ma sempre più poveri di relazioni. Ecco perché siamo sempre più infelici. Ma davvero per divenire più ricchi dobbiamo per forza essere poveri di relazioni interpersonali, di benessere, di tempo, di ambiente naturale? Davvero non esiste altra strada? Parte da queste domande l’analisi e la proposta di un economista che da anni studia il tema della felicità nelle società avanzate. Il cuore del problema è che lo sviluppo economico si è accompagnato a un progressivo impoverimento delle nostre relazioni affettive e sociali. Ecco dunque perché il nostro sistema economico e molti aspetti della nostra esperienza sia individuale che collettiva – la famiglia, il lavoro, i media, la vita urbana, la scuola, la sanità – hanno bisogno di una profonda trasformazione culturale e organizzativa. Noi tutti abbiamo la possibilità e la necessità di riprogettare il nostro mondo: coniugare prosperità economica e felicità è possibile. Cambiare la scuola. Cambiare le città. Cambiare lo spazio urbano. Ridurre il traffico. Ridurre la pubblicità. Sono alcune delle proposte concrete che compongono questo vero e proprio manifesto per la felicità.

Stefano Bartolini insegna Economia politica ed Economia sociale presso la facoltà di Economia Richard M. Goodwin dell’Università di Siena. Ha pubblicato numerosi saggi sulle più prestigiose riviste internazionali. Feltrinelli ha pubblicato Manifesto per la felicità (2013).

Il racconto dell’ancella

Libro del mese di gennaio 2019 (115)

In un mondo devastato dalle radiazioni atomiche, gli Stati Uniti sono divenuti uno Stato totalitario, basato sul controllo del corpo femminile. Difred, la donna che appartiene a Fred, ha solo un compito nella neonata Repubblica di Galaad: garantire una discendenza alla élite dominante. Il regime monoteocratico di questa società del futuro, infatti, è fondato sullo sfruttamento delle cosiddette ancelle, le uniche donne che dopo la catastrofe sono ancora in grado di procreare. Ma anche lo Stato più repressivo non riesce a schiacciare i desideri e da questo dipenderà la possibilità e, forse, il successo di una ribellione. Mito, metafora e storia si fondono per sferrare una satira energica contro i regimi totalitari. Ma non solo: c’è anche la volontà di colpire, con tagliente ironia, il cuore di una società meschinamente puritana che, dietro il paravento di tabù istituzionali, fonda la sua legge brutale sull’intreccio tra sessualità e politica. Quello che l’ancella racconta sta in un tempo di là da venire, ma interpella fortemente il presente.

L’autrice

Margaret Atwood è una delle voci più note della narrativa e della poesia canadese. 

Laureata a Harvard, ha esordito a diciannove anni. Scrittrice estremamente prolifica, ha pubblicato oltre venticinque libri tra romanzi, racconti, raccolte di poesia, libri per bambini e saggi. Ha scritto, inoltre, sceneggiature per la radio e la televisione canadese. 

Esordì nel 1961 con la raccolta di versi Double Persephone, alla quale seguì, nel 1964, Il gioco del cerchio. Si tratta di opere nelle quali viene affrontato il tema dell’identità culturale canadese, che sarà il filo conduttore anche delle raccolte poetiche successive; tra queste si ricordano Procedure per il sotterraneo (1970), Storie vere (1981), Interlunare (1984). La condizione della donna è invece al centro delle opere narrative, a partire dal romanzo La donna da mangiare (1969), che diede all’autrice il successo internazionale. Tra gli altri romanzi si ricordano Lady Oracolo (1976); Offesa corporale (1981); Il racconto dell’ancella (1986), un romanzo fantascientifico dal quale Harold Pinter ha tratto la sceneggiatura per il film omonimo diretto da Volker Schlöndorff (1990); La donna che rubava i mariti (1993); L’altra Grace (1996), che trae spunto da un fatto realmente accaduto; L’assassino cieco (2001); L’anno del diluvio (2010); Per ultimo il cuore (2016); Seme di strega (2017); Occhio di gatto (2018), Il canto di Penelope (2018).

Più volte candidata al Premio Nobel per la letteratura, ha vinto il Booker Prize nel 2000 per L’assassino cieco e nel 2008 il premio Principe delle Asturie. Nel 2017 ha inoltre ricevuto il prestigioso Raymond Chandler Award, istituito da Irene Bignardi nel 1996 in collaborazione con il Raymond Chandler Estate, premio letterario dedicato alla scrittura noir che ogni anno laurea un maestro del genere. Vive a Toronto con il marito, il romanziere Graeme Gibbson, e la figlia Jesse. Ha riflettuto sulla propria attività di scrittrice in Negoziando con le ombre (Ponte alle Grazie, 2003).